Abbiamo assunto che avesse ragione
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All’inizio di questo mese abbiamo verificato uno studio diventato virale: la lettura di una piccola tavola di pietra per offerte, dalla Creta dell’età del bronzo, caricata in rete dal suo stesso autore, che trasforma il testo inciso attorno ai suoi bordi in una preghiera a un dio padre e a due divinità. L’autore è Michael Schümann. Quello che avevamo trovato allora è che ogni affermazione controllabile con i nostri dati risultava esatta, e che tutto ciò che dà senso al testo sta dove nessun controllo arriva. Questa voce è l’altra metà di quel lavoro, e parte dalla mossa opposta. Gli abbiamo concesso tutto.
La preghiera non sta da sola. Fa parte di un insieme di sette lavori, tutti caricati da lui su Zenodo, un archivio pubblico, senza la revisione indipendente di esperti che una rivista organizzerebbe. Insieme danno a quattro segni antichi nuovi valori di suono, costruiscono un vocabolario parola per parola e fissano una ventina di elementi di grammatica: terminazioni che segnano un plurale, un possessivo, un luogo, e così via. È un’affermazione grossa, e ha una conseguenza che si può misurare. Una terminazione che funziona come terminazione deve comportarsi allo stesso modo dappertutto, non solo nelle nove iscrizioni di cui i suoi lavori parlano. Così abbiamo assunto che l’insieme sia vero e abbiamo chiesto che aspetto dovrebbe avere il resto della Lineare A, la scrittura mai decifrata della Creta dell’età del bronzo. Abbiamo lavorato sulla copia bloccata di 1.721 iscrizioni sopravvissute che questo progetto usa sempre, fissata a una versione esatta perché chiunque possa rifare i conti.
Dare per buono qualcuno è facile da fare male, perciò le regole sono venute prima. Abbiamo messo alla prova solo le regole che lui enuncia per la Lineare A in generale, dodici, ognuna sostenuta da una citazione presa dal suo testo; tutto ciò che dice di una singola iscrizione è rimasto fuori. La regola di decisione l’abbiamo scritta prima di far girare qualsiasi cosa: quante corrispondenze avrebbero contato come traccia reale e quante no. Poi due revisori a mente fresca, chiamati ad attaccare il nostro test e non la sua teoria, hanno depositato 34 obiezioni, e le abbiamo accettate tutte e 34. Diverse sono andate a suo favore. Una regola che lui enuncia per tutte le iscrizioni e che ci era sfuggita è stata aggiunta all’elenco delle cose da cercare. E dove due dei suoi lavori leggono lo stesso segno in due modi incompatibili, una volta come terminazione di plurale, una volta come possessivo, entrambe le letture sono state portate avanti nell’intero calcolo invece di una sola.
Qui va anche un’ammissione. Per controllare che il test fosse fattibile, i revisori hanno dovuto calcolare i confronti casuali prima che congelassimo il disegno: quello che abbiamo bloccato è la regola di decisione, non la nostra ignoranza dei numeri. L’abbiamo scritto dentro il documento congelato, e alla revisione che ogni nostro risultato deve passare prima che qualcuno lo interpreti, ognuna delle regole scartate lungo la strada è stata ricalcolata dopo, per mostrare in pubblico cosa avrebbe dato. L’esecuzione l’ha fatta una persona a cui era vietato interpretare. Si è fermata due volte su ambiguità reali nel nostro stesso testo congelato, risolte entrambe in modo da dare la stessa risposta sotto ogni lettura ammissibile; dodici conteggi fissati in anticipo sono usciti esattamente come dichiarati; il tutto è stato eseguito tre volte ed è venuto identico fino al byte, con 10.000 rimescolamenti casuali dietro ogni confronto.
Il primo dei due risultati usa la sua stessa logica. Sulla tavola per offerte lui reintegra una terminazione mancante su una parola perché quella parola, senza terminazione, compare per conto suo altrove. Rovescia l’argomento e diventa un test: se le sue terminazioni sono reali, le parole sopravvissute devono venire a coppie, la stessa parola una volta con la terminazione e una volta senza. Abbiamo preso le sei terminazioni su cui si impegna per la Lineare A nel suo insieme e cercato quelle coppie fra le 647 parole sopravvissute di più di un segno che sono complete, cioè senza nessun segno danneggiato dentro. Ne abbiamo trovate 7, fra cui i-da-mi accanto a i-da e ka-pa-qe accanto a ka-pa. Mescolando a caso quale segno chiude ogni parola se ne producono da sole circa 3. Per dire che la traccia è reale ne avevamo chieste 9. Sette è quello che il caso da solo tira fuori circa una volta su sedici, e non basta neanche da lontano. Il peso del test stava fuori dal suo materiale, ed è caduto lì: delle dodici coppie che l’esecuzione ha trovato in tutto, contando quelle formate dal prefisso che lui postula e una variante di grafia, esattamente una viene dalle sue nove iscrizioni.
Vero La linea tratteggiata è il conteggio che avevamo preteso prima di girare, 9 coppie. Se quelle terminazioni funzionano da terminazioni, le iscrizioni sopravvissute dovrebbero mostrare la stessa parola due volte, una con la terminazione e una nuda. Ne abbiamo trovate 7, contro le 9 che ci eravamo impegnati a raggiungere in anticipo. Poi la nostra stessa revisione ha trovato un difetto nel modo in cui mescolavamo, un difetto che faceva sembrare il caso più basso di quanto sia. L’errore era a suo favore, e correggerlo ha tolto l’unico ramo in cui la sua grammatica superava la soglia: il caso da solo dà circa 6, quasi esattamente quello che abbiamo trovato, e sotto quel confronto corretto un 7 esce per caso circa una volta su tre. Il collo di bottiglia è il materiale sopravvissuto quanto la teoria, perché la maggior parte delle parole della Lineare A compare una volta sola, e la parola nuda senza terminazione di norma non c’è da trovare. Per questo l’esito è indeterminato e non una smentita.
La ragione di quel raccolto magro non è per forza la sua teoria. È lo stato di ciò che sopravvive. La maggior parte delle parole in Lineare A compare una volta sola, quindi la forma senza terminazione, quella che la sua grammatica richiede, di solito non c’è da trovare. Perfino un segno finale comune come -na, che compare 47 volte a fine parola, dà solo due coppie utilizzabili. La stessa magrezza traspare dalle sue formulazioni. La terminazione che descrive come frequente in tutta la Lineare A chiude 13 parole sulle 3.957 sopravvissute. L’elemento isolato che dice ricorrere più volte un po’ ovunque si trova 31 volte, e 25 di quelle sono un unico blocco contiguo di sigilli d’argilla da una sola stanza d’archivio: ne restano sei indipendenti. Lo riportiamo come un fatto su quanto poco materiale ci sia, non come un verdetto su di lui, ed è la ragione per cui la nostra risposta è «non possiamo dirlo» e non «ha torto».
In mezzo a tutto questo va il nostro errore, perché è andato a suo vantaggio. Delle due letture contese di quel segno una è la più generosa verso di lui, e con quella il conteggio sale a 10 e sfiora la soglia. L’avremmo riportato, se avesse tenuto. Non ha tenuto: la revisione ha scoperto che il nostro schema di rimescolamento rendeva il confronto troppo facile, e con lo schema corretto il caso da solo produce circa 6 coppie invece di 3. Con il confronto corretto nessuna delle due letture supera la soglia. L’errore era nostro, era a suo favore, e correggerlo ha tolto l’unico ramo in cui la sua grammatica lasciava un segno visibile.
Il secondo risultato punta dall’altra parte, e pesa quanto il primo. L’affermazione che ripete di più nei suoi lavori, e che avanza come possibilità e non come certezza, è che la Lineare A non avesse un segno per un suono simile alla scdi «scena», e che gli scribi lo scrivessero raddoppiando un segno: sa-sa, come nella parola di santuario ja-sa-sa-ra, e ti-ti, come in ti-ti-ku. Contate sulle stesse parole complete, 13 contengono uno dei due raddoppi, dove rimescolare i segni a caso ne dà circa 3. Uno scarto del genere capita per caso circa una volta su diecimila. È il controllo a renderlo degno di nota: tutti gli altri segni della scrittura, presi insieme, raddoppiano 15 volte dove il caso ne prevederebbe circa 28. Raddoppiare è più raro del caso dappertutto, tranne esattamente sui due segni che lui nomina.
Le due grafie raddoppiate che la teoria nomina, sa-sa e ti-ti
Tutti gli altri segni, raddoppiati
Vero Raddoppiare un segno è raro in queste iscrizioni, e dove capita capita sulle due grafie che la teoria aveva indicato in anticipo: 13 parole diverse contengono sa-sa oppure ti-ti, dove il mescolare i segni in ordine casuale ne dà circa 3, uno scarto che per pura fortuna uscirebbe circa una volta su diecimila. Tutti gli altri segni vanno nel verso opposto, e raddoppiano meno spesso di quanto il caso preveda. La parte fragile, detta chiaramente: molte di quelle 13 parole sono ripetizioni della stessa formula fissa, e se ogni famiglia ripetuta si conta una volta sola, 13 scende a 7 e le probabilità scendono a circa una su 64, sotto l’una su cento che avevamo preteso prima di girare. E lo schema è un fatto sul raddoppio dei segni nella scrittura, non una conferma di che suono quel raddoppio rappresentasse.
Quello schema chiede la stessa cautela del primo risultato. Buona parte cavalca parole che si ripetono: se si comprime ogni famiglia di parole ripetute a un solo caso, i 13 scendono a 7, che il caso produrrebbe circa una volta su 64, sotto la soglia stretta che avevamo fissato. Il singolo passo che lo fa scendere è trattare il nome di luogo ti-ti-ku e il suo parente più lungo i-ti-ti-ku-ni come un dato solo invece che due. E ciò che qui è reale è un fatto sulla scrittura: due segni particolari vengono raddoppiati molto più di tutti gli altri. Si accorda con la sua spiegazione. Non mostra che il raddoppio stia per il suono che lui dice, e non dice niente su quale lingua sia scritta.
La cosa più simile a una sorpresa è venuta da tre parole. La lettura della tavola per offerte gira sulla sua lunga parola finale, ta-na-ra-te-u-ti-nu, che lui taglia in pezzi con il senso di «nel santuario del dio Tinu». Lo stesso santuario di montagna sullo Iuktas ha lasciato altre due parole costruite allo stesso modo, su altre due pietre, e i suoi lavori non ne nominano nessuna. Così abbiamo chiesto se la sua stessa grammatica sappia smontare anche quelle due. Abbiamo costruito un inventario di 46 voci con tutto ciò che i suoi lavori pubblicati enunciano, e dentro quell’inventario non esiste nessun taglio completo di quelle parole: il meglio che raggiungiamo copre 6 dei loro 7 segni, e quello che avanza è una singola u. Poi ci siamo accorti di cosa avevamo lasciato fuori noi. Il suo lavoro sulla tavola per offerte avanza, come possibilità, un’antica -ufinale con il senso di origine o appartenenza, e nell’inventario non l’avevamo messa. Aggiungi quella sola voce sua e un taglio completo compare. Il limite contro cui siamo andati a sbattere era la nostra lista, non la sua grammatica, e per questo la prova va agli atti come indeterminata, non come un inciampo della sua lettura.
Ancora una volta, sulle cose che si possono semplicemente andare a guardare, lui è esatto. Ogni parola che i suoi lavori dicono di trovare fuori dalle loro nove iscrizioni c’è, confermata segno per segno: ti-ti-ku e i-ti-ti-ku-ni su due tavolette di conto di Haghia Triada, wi-sa-sa-ne su una tavoletta di Khania, sa-sa-me e i-ku-ri-na su altre due tavolette di Haghia Triada, di-di-ka-sesu un vaso di pietra di Zakros. Tre delle sue edizioni divergono dalla nostra copia su segni danneggiati, e un oggetto del suo insieme, uno spillone d’oro, nella nostra copia bloccata non c’è proprio. Le lasciamo aperte invece di assegnare punti, perché per chiuderle serve in mano l’edizione scientifica originale, e l’altra volta una differenza del genere è risultata essere la nostra fonte di dati che appiattiva il lavoro degli editori, non un errore suo.
Allora cosa dice la regola che avevamo scritto in anticipo? Indeterminato. Non sostenuto, non contraddetto: indeterminato. Va detto con franchezza che il verdetto più duro fra quelli possibili, la traccia è assente, era fuori portata fin dall’inizio, perché con materiale così scarso qualsiasi esito negativo sarebbe stato troppo debole per fidarsene; la scelta reale è sempre stata fra la sua grammatica che si vede e il nostro non poterlo dire. Ogni controllo che i revisori hanno fatto per provare a spostare il verdetto lo ha lasciato dov’era. Non dice niente sui suoi quattro valori di suono, niente sulla sua proposta che nella Lineare A una lingua indoeuropea antica stia sopra una più vecchia, niente su ciò che sostiene per una singola iscrizione, e non smentisce nulla di tutto questo.
Quello che dice riguarda la dimensione dell’impegno che si è preso. Concedi l’intera teoria e le iscrizioni sopravvissute restano troppo scarse per portare l’impronta della sua grammatica, mentre l’unica cosa misurabile che nomina, il raddoppio, è reale ma fragile, e muta sui suoni. Una lettura che spiega i nove testi da cui è nata, e fuori da quelli si impegna quasi a nulla di misurabile, con questo materiale non si distingue da una lettura costruita su quei nove. Non lo diciamo come un’accusa. È ciò che la verifica aveva trovato su una pietra sola nella voce precedente, contato stavolta su tutto il resto che sopravvive.